ENIGMI E IDEE PER IL DOPO QUOTE LATTE
La fine del regime delle quote di produzione segna l'inizio della liberalizzazione del mercato in Europea ed in Italia e comporta un sostanziale cambiamento nelle modalità di funzionamento del mercato del latte e dei suoi derivati.
Dallo scorso primo aprile, gli allevatori hanno riacquistato
la piena libertà di produrre. Ora non c'è più l'ossessione di essere chiamati a
pagare una pesante sanzione alle casse comunitarie, nel caso di superamento
della soglia garantita a livello individuale.
La libertà di manovra è sicuramente una conquista per i
produttori di latte, i quali però non possono più contare, come è accaduto in
passato, sull'efficace intervento europeo per arginare le crisi, evitare
eccessivi ribassi delle quotazioni e stabilizzare il mercato.
La fine delle quote latte segna, in altri termini, la
rinuncia dell'Unione europea all'attività di governo forte ed incisivo del
mercato del latte ed espone il settore all'influenza del gioco delle diverse
forze di mercato.
In realtà, dentro la Pac ci sono ancora degli strumenti di
difesa, ma la loro capacità di azione è piuttosto debole e sarebbe meglio che
gli operatori economici non ci facessero troppo affidamento. Basti dire, in
proposito, che gli attuali prezzi minimi all'intervento per il burro e per il
latte in polvere scremato (quella che l'esecutivo comunitario chiama con il
termine di "rete di sicurezza" o "safety net" detta
all'inglese) si traducono in un prezzo del latte crudo alla stalla di circa 21
centesimi di euro per chilogrammo.
Ciò significa che la convenienza alla vendita ai magazzini
pubblici, piuttosto che sul libero mercato, scatta quando la remunerazione
corrente per il produttore scende sotto la soglia indicata, palesemente
insufficiente a coprire anche i soli costi variabili di produzione.
Oltre agli acquisti pubblici, ci sono le disposizioni
introdotte nel 2012 con il "Pacchetto latte" (essenzialmente la
contrattualizzazione obbligatoria e la programmazione produttiva per i formaggi
DOP) ed il regime di sostegno per la vendita del latte nelle scuole, come
intervento di educazione alimentare delle giovani generazioni.
Abbiamo, inoltre, i pagamenti diretti disaccoppiati, i quali
però subiranno una forte riduzione nei prossimi anni e il sostegno specifico
accoppiato, erogato in funzione del numero di vacche che partoriscono ogni anno
e subordinato alla iscrizione della mandria ai controlli funzionali.
Con tali misure l'Europa garantisce un minimo sostegno al
reddito a favore dei produttori (indicativamente 2 centesimi di euro per kg di
latte con la riforma della Pac a regime) ed affida a questi ultimi gli
interventi di autoregolamentazione del mercato che in passato gestiva in prima
persona.
Può reggere tale sistema? Questo è l'enigma che molti e in
primis gli allevatori italiani vorrebbero conoscere.
C'è chi è convinto che sia necessario inventare qualche cosa
di nuovo e di diverso; perché altrimenti l'instabilità del mercato salirebbe a
livello insostenibile ed a soccombere sarebbero i produttori agricoli, nella
loro conclamata condizione di anello debole della filiera.
L'esperienza di altri paesi che hanno abolito le quote
latte, come la Svizzera che l'ha fatto nel 2009, insegna che, in assenza del
governo della produzione, si generano conflitti nella formazione del prezzo del
latte crudo alla stalla e cresce la volatilità.
Di ciò se ne sono accorti in questi giorni i produttori
italiani che conferiscono il latte ad una delle aziende del gruppo francese
Lactalis che ha proposto un accordo, prendere o lasciare, nel quale il prezzo da
pagarsi è ancorato alla quotazione del mercato tedesco, cui si aggiunge un
supplemento variabile (più alto in caso in Germania il prezzo sia basso e
viceversa).
Sta prendendo piede in Italia chi è convinto della necessità
di lavorare affinché l'Unione europea proceda con un ripensamento dell'attuale
politica agraria, la quale è incline a tutelare l'ambiente (si pensi al
greening ed alla condizionalità); mentre dimentica gli agricoltori e la
produzione.
A Bruxelles è iniziato il dibattito sul cosiddetto "Pacchetto
latte bis" ed è questa la sede giusta per apportare i correttivi che sono
necessari. I francesi e alcuni ambienti italiani ragionano sulla introduzione
di un meccanismo di tutela dei margini di mercato, funzionante secondo lo
stesso modello introdotto con l'ultimo Farm
Bill americano.
In pratica, il produttore sottoscrive un'assicurazione che
copre una data differenza tra il prezzo del latte crudo alla stalla ed il costo
per l'alimentazione. Quando il margine effettivo scende sotto quello di riferimento
prescelto, interviene lo strumento assicurativo che versa una integrazione
all'allevatore. Quanto più è elevato il margine da tutelare, tanto più sale il
premio da pagare per la polizza, il cui costo è in parte sostenuto dal
produttore beneficiario e in parte indennizzato dallo Stato.
L'idea piace per la semplicità e per la maggiore
praticabilità rispetto allo strumento di stabilizzazione del reddito previsto
nel regolamento dello sviluppo rurale e il progetto di relazione sulla
revisione del "Pacchetto latte", presentato dal parlamentare James
Nicholson, sembra non ostacolare una opzione del genere.
I prossimi mesi saranno cruciali per una riflessione
costruttiva e proficua in Italia sulle soluzioni da prospettare per
fronteggiare le conseguenze dell'abolizione del regime delle quote latte e per
maturare una posizione coerente con gli interessi e le peculiarità del nostro
sistema lattiero-caseario. Speriamo che l'occasione non venga sprecata.
Ermanno Comegna